La globalizzazione è la vittoria del cameragnismo

Di Rupert Smirnoff per “Il Britney”

Stalin, Mcdonald, Comunismo, GlobalizzazioneQuando molti di voi britneyani erano ancora in fasce o alle prese con le prime falci e martello sui banchi di scuola o nei bagni degli autogrill, il muro che tutto difendeva crollò, improvvisamente.

Un traditore degli ideali rivoluzionari era riuscito nell’impresa che nessuno dei suoni nemici aveva neppure lontanamente sognato: distruggere dall’interno un sistema che aveva garantito pace, coesione sociale e speranza a milioni di persone.

Il tutto senza sparare un colpo.

Dopo è noto cosa sia successo, anzi sarebbe meglio dire cosa non sia successo.

L’impreparazione ed i limiti strategici del nemico occidentale non portarono ad un’occupazione repentina degli spazi politici venutesi a creare ad est e l’unica tattica che venne adoperata fu quella di un’ingerenza indiretta attraverso oligarchi corrotti e soft power di dubbio gusto. Come tutti i sistemi di influenza, anche il condizionamento occidentale venne meno non appena, passata la sbornia del post comunismo, il sistema eurasiatico si riprese.

Tuttavia la fine della guerra fredda era stata certificata e ufficialmente niente sarebbe stato più come prima. Il mondo si apprestava ad entrare in una nuova rivoluzione economica, nella cosiddetta terza rivoluzione industriale, altresì chiamata globalizzazione.

La globalizzazione, ovvero la libera diffusione di merci, capitali e persone in ogni angolo del globo divenne così il nuovo fattore caratterizzante lo sviluppo socio economico del terzo millennio. Decine di economisti improvvisati, sociologi di belle speranze e parvenu diffusero le proprie inutili opinioni, attribuendo a tale fenomeno l’origine e la fine di ogni male.

Infatti, quando il muro venne meno, i primi timidi tentativi di spiegazione che si diffusero nei circoli culturali, assunsero come tesi principale che le masse si erano lasciate “liberare” senza opposizione dal sistema che fino a quel momento le aveva guidate, perché desiderose di accedere all’abbondanza e alla libertà di scelta.

Il popolo, dicevano le menti illuminate, era stanco di avere la stessa macchina, gli stessi vestiti, i medesimi prodotti sugli scaffali; le masse avevano il diritto di accedere alla pluralità dei prodotti occidentali per dare sfogo alla propria individualità e tradurre desideri in realtà.

Insomma, là dove le armi avevano fallito, i centri commerciali avevano trionfato.

Questa lettura dei fatti permane a ad oggi e noi intellettuali britney-eurasiatici sappiamo bene come le impostazioni economiche, al pari delle superstizioni popolari, siano dure a morire; quindi una volta data per assodata una visione dei fatti, questa è assunta come incontrovertibile ed immanente.

Tuttavia a distanza di anni ed in piena crisi del sistema economico occidentale, è possibile smantellare questo sistema di credenze e dare una nuova lettura britneyana della storia e dell’avvenire.

Nel maremagnum occidentale della speculazione fine a se stessa, si è andato infatti perdendo il vero elemento discriminante che caratterizza la globalizzazione: la standardizzazione dell’offerta, sia nella tipologia delle merci che nelle modalità di offerta delle stesse.

Le nostre periferie sono oramai indistinguibili, in quanto in ogni via ed in ogni città ricorrono i medesimi negozi, uguali nella forma e nella sostanza; i prezzi delle merci si sono livellate, al punto che oggi non ha più senso spostarsi per trovare l’offerta migliore.

Simili considerazioni possono essere applicate alle merci che troviamo in vendita, oramai riconducibili a poche varianti della medesima tipologia, ed ai negozi che le ospitano. Persino gli esercenti si sono uniformati nelle rispettive sembianze umane.

Qual è quindi il significato recondito di questo schiacciamento dell’offerta e dell’omologazione che ne consegue? L’unica vera spiegazione che ne possiamo ricavare è che le masse che hanno vissuto il crollo di quel muro sono entrate in un sistema che prometteva una differenziazione dell’offerta, ma a distanza di 25 anni il comportamento e le scelte di quelle medesime folle hanno inconsciamente ricreato, grazie al fattore abitudine ed alla limitata capacità di spesa, una standardizzazione delle opzioni di scelta.

Tale livellamento è stato inoltre favorito dai capitalisti stessi che per incrementare i propri profitti, hanno da una parte orientato i propri investimenti nelle rendite finanziarie, e inoltre hanno adottato approcci di produzione di massa intaccando di fatto la varietà dell’offerta.

Naturalmente, per noi britneyani la lettura del fenomeno non si può fermare a questa prima e banale constatazione; il nocciolo della questione è che l’omologazione, sia essa dovuta alla sete di arrivismo dei capitalisti occidentali che alla ritualità delle scelte delle folle, sta dando vita ad una nuova convergenza tra i popoli, rendendoli molto più simili di quanto non fossero nel 1989.

Questo fenomeno di avvicinamento culturale, se certamente crea un impoverimento generale a causa delle perdita delle specificità locali, rappresenta dunque un mezzo fondamentale per creare un sentire universale che accomuna chi vive in un slum newyorkese o in una Centocelle nostrana.

Le masse si stanno quindi avvicinando lentamente e in maniera inesorabile verso un modello unico, caratterizzato dai medesimi bassi livelli di standard di offerta e inficiato da un potere d’acquisto che si contrae progressivamente.

Di fronte a queste dinamiche, in prospettiva l’orizzonte che si può delineare è una prossima unione di tutti i popoli, stressati dai modelli consumistici ed coalizzati dal medesimo malcontento e aspirazioni. Altro che “sistema per uccidere i popoli”.

La domanda cruciale da porsi è dunque: a chi guarderanno queste genti una volta pronte alla ribellione? La risposta è semplice: si rivolgeranno all’unico vero modello alternativo oggi esistente: l’Eurasia-Britney.

Non dobbiamo fare altro che attendere quindi che il processo di globalizzazione prosegua inglobando altri paese e preparando così il terreno ad una rivoluzione futura.

In definitiva Marx è vivo, Lenin pure e anche io mi sento molto bene.

Rupert Smirnoff

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